OLTRE LA CANOTTA: IL BREAKDOWN, LA PAURA E IL CORAGGIO DI ESSERE FRAGILI
Farulla, zero filters, no b******t.
Un seguito da 100k sui social, vent’anni di carriera fra Roma e Milano come se fosse un nomade senza fissa dimora e una lingua senza freni. Un personaggio che spacca: c’è chi lo ama e c’è chi lo odia. Noi non siamo qui per esprimere il nostro pensiero, ma solo per fare quello che siamo sempre pronti a fare: domandare senza giudizio, ascoltare chi ha sparato a zero su una community a volte molto patinata e, soprattutto, molto diplomatica.
ALGORITMO O LIMITE
Un format che ha urlato contro la community dei bartender come forse non si era visto mai. Ma quanto tutto ciò era voglia di mettere tutti a nudo e quanto, invece, era solo una trovata marketing?
“Non era una strategia. Non era marketing. Era un’esigenza. Avevo bisogno di dire dove, secondo me, si era arrivati: in quel momento preciso della mia vita e di questa industry. Fare un punto della situazione, senza filtri.”
Mettere gli altri a nudo vuol dire mettere a nudo se stessi; provocare vuole dire accettare le reazioni e, forse, anche saperle cavalcare.
“Mettere gli altri davanti a uno specchio significa metterci anche se stessi. Io non ho mai parlato dall’alto di una perfezione inesistente. Sono il primo ad aver fatto sgarri, cazzate, errori di valutazione. Il primo ad aver pompato il mio ego oltre il necessario. Chi dice il contrario mente: a se stesso, prima ancora che agli altri.”
DALLA GIACCA ALLA CAMICIA
C’è chi sceglie di essere scomodo e chi sceglie, invece, di mettersi la camicia. Forse Farulla ha fatto entrambe le cose. Un personaggio che ha preso le sue scelte a volte folli, a volte crude, a volte irrazionali, ma sempre ben pensate. Tutte scelte che, in un mondo patinato, ti portano fuori dagli schemi.
“Poi ci sono stati gli altri. Quelli che si sono fermati all’apparenza. Prima ero uno snob. Poi ero mondezza. E chi non sapeva scegliere tra le due ha deciso che, semplicemente, non sapevo fare il mio lavoro. ‘Ha cambiato volto, quindi non è una persona, è un personaggio.’ No. Semplicemente sono sempre stato me stesso.”
Stare sulle palle forse è la frase più vicina a Mario che ci viene in mente.
“E sì, sto sulle palle a tantissimi senza che abbiano mai parlato con me. Non perché mi conoscano, ma perché spesso hanno una scarsa comprensione del testo quando scrivo qualcosa. O perché non riescono ad ammettere a se stessi di essere anche loro parte del problema, quando indico qualcosa che non funziona.”
LE DIMENSIONI CONTANO E CHI DICE IL CONTRARIO MENTE
Negarlo è vera ipocrisia, ma confonderle con il valore forse è il vero problema. Parliamo di una figura controversa ma che ha un seguito di 100k follower; e allora la domanda sorge spontanea: tanti lo odiano, ma tanti lo seguono? In una società dove il numero di follower conta più del numero dei neuroni, dove un selfie ha più valore di un cervello allenato, noi ci troviamo a parlare proprio con lui.
“Ma se 100 milioni di persone vedono un tuo video e in quel video dimostri di non avere niente da dire, l’unico risultato è che 100 milioni di persone sanno che non hai niente da dire. È matematica, non opinione.”
E allora ribadiamolo, senza fare i moralisti: sì, le views contano. I numeri contano. Ma alla fine è tutta questione di scelte, nel business come nella vita. Scegli la tua strada, e quando spari a zero contro gli altri devi avere qualcosa di solido dentro, perché altrimenti anche 100k follower diventano solo un numero.
“L’hype fine a se stesso è solo attenzione senza direzione. Rumore.E oggi molte aziende ci cascano in pieno. Si fanno incantare da fuffa-guru, da venditori di stregonerie digitali, da gente che scambia il volume per il valore. Ma un’azienda che sceglie di affidarsi a qualcuno che non vale un c***o, per me, automaticamente, non vale un cazzo neanche lei.”
IL PAGLIACCIO DEI SOCIAL
Comunicazione uno dei termini più usati, più sfruttati e più inflazionati degli ultimi anni.
“Molte persone che mi incontrano per la prima volta, o che mi scrivono, vedono quello che vogliono vedere: il pagliaccio da social, il fenomeno da baraccone che si sono costruiti in testa.”
Non per ultimo, Mario ha deciso di parlare della sua malattia. In un mondo dove la perfezione deve essere centrale, dove gli errori vanno tenuti ben nascosti e dove tutto deve essere patinato, qualcuno racconta di aver avuto un infarto.
“Ho avuto un infarto pochi mesi fa. Ho rischiato di morire. Mi sono ripreso, per fortuna, ma non ho fatto finta di niente. Ho aspettato, poi ho scelto di dirlo. Perché nel mondo del lavoro la malattia fa paura. Diciamolo chiaramente: chi è davvero pronto ad assumere una persona con una cardiopatia, un’invalidità, un limite reale?”
Essere crudi, essere brutali con chi hai davanti ti obbliga a doverlo essere prima con te stesso, perché la vita ti porta sempre a fare i conti.
“Io ho avuto anche un breakdown totale. E no, non è una medaglia. Succede. Succede a chi vive sotto pressione, aspettative, attenzione costante. Può succedere a chiunque. La differenza non è caderci dentro. È come ne esci.”
SAFE ZONE: TRA ROMA E MILANO
Il bar esiste dove c’è cultura. Si parla spesso di una sorta di guerra fredda fra Roma e Milano, ma forse è solo un derby da quattro soldi.
“Roma è una città che conosco. Conosco il pubblico, le dinamiche, i limiti e le possibilità. Su alcune cose è avanti anni luce rispetto a Milano, su altre è indietro. Come tutte le città, vive di contraddizioni. Chi dice il contrario mente o guarda solo quello che gli conviene.”
Quello che ci portiamo a casa è un viaggio nella persona, lontana dal personaggio, una chiacchiera onesta, cruda, di chi ci ha confessato le sue paure perché da quelle non scappi mai. E allora, quel terrorismo che hai in testa ti spinge ad andare dritto, spaccarti la testa e fare bene quel cazzo che ti piace.
Seguire il bello.
E farlo senza chiedere il permesso.



