OLTRE IL BANCONE, L’ARCHITETTURA INVISIBILE DI SERENA
Non è solo questione di cosa bevi. È questione di come ti senti mentre lo fai. Tra la chimica rigorosa di Samuele Ambrosi e il tratto istintivo di Serena Conti, esiste una terra di mezzo fatta di attrito, tessuti e silenzi. Un dialogo sulla “sartorialità” dell’atmosfera.
Se chiudi gli occhi e tocchi un tessuto al buio, lo sai subito. Lo senti se è seta che scivola via o se è un denim che tiene, che c’è. Entrare in un locale, per Serena Conti, è esattamente la stessa cosa. Artista visiva, esteta, controparte solare del rigore scientifico del Cloakroom, Serena non guarda il menu. Guarda l’aria che tira.
“Un capo fatto bene non ti sovrasta, non ti costringe a ‘performare’: ti sostiene. Ti fa stare dritta senza irrigidirti,” racconta. Ed è qui, in questa intersezione tra moda e ospitalità, che si gioca la partita di un grande bar. Un luogo che non deve solo servire da bere, ma deve farti sentire nel posto giusto, senza che tu debba dimostrare nulla. “Accolta ma non addomesticata. Libera ma protetta.“
IL FAST FASHION DEL BICCHIERE
In un’epoca in cui la mixology rischia di diventare un feed di Instagram, Serena applica al bicchiere la severità dell’arte. Il suo giudizio è netto, tagliente come un paio di forbici da sarta. Esiste un confine preciso tra arte e decorazione superflua: “La decorazione superflua è rumore. Può essere bella, ma non lascia traccia.”
Vede in giro troppo “Fast Fashion del bicchiere”: eccesso senza identità, colori urlati, texture sovrapposte. L’estetica che invecchia subito perché priva di visione. La vera eleganza? È nel togliere. “Come in un capo ben disegnato, capisci la qualità da quello che manca, non da quello che abbonda.” Un drink deve meritare attenzione, non chiederla. Se è pensato come una moda, dura una stagione. Se è pensato come un progetto, resta.
LA METAFORA DEL DENIM: ARCHITETTURA DA INDOSSARE
Per Serena, il gusto italiano oggi vive la stessa tensione del jeans: un gioco di contrasti tra la *ruvidez autentica* (la cultura del saper fare) e la “patina moderna”(la precisione estetica).
“Il denim è come un grande classico,” spiega. “È fatto di fili d’ordito tinti e fili di trama bianchi. Se un bar fosse solo tecnica, sarebbe un camice bianco. Se fosse solo estetica, sarebbe un vestito di carta che si scioglie alla prima pioggia.” Il segreto è nella stratificazione: accettare che un bancone si graffi o che un’idea si trasformi, perché è il segno che il luogo è vivo. Non domare la materia, ma ascoltarla.
CLOAKSTUDIOS: DOVE LO SCONTRO DIVENTA INCONTRO
C’è stato un momento preciso in cui questa filosofia ha smesso di essere teoria ed è diventata muro, colore e metallo. È successo con la nascita di Cloakstudios.
L’idea iniziale di Samuele era un perimetro di certezze: un’accademia professionale, rigorosa, una “sala operatoria” del beverage. Poi è arrivato il turno di Serena: “Ho iniziato a mettere colore ovunque. A immaginare pareti che diventavano giungla, spazi che parlavano più di emozioni che di procedure.”
Mentre Samuele mediava con razionalità, Serena rispondeva con visioni nette. Lo scontro è diventato fisico sul budget per le sedie dei corsisti: Serena lo ha interamente convertito in un *trono e un pouf di plastica*, esteticamente irresistibili ma tecnicamente “inutili”. È stato l’inizio della fine delle regole precostituite.
Poco dopo, Samuele ha introdotto un robot di metallo riciclato alto due metri. Hanno discusso sulla testa, sulla forma, sulla presenza. Eppure, dentro questo attrito costante, è accaduto l’imprevedibile: Samuele ha iniziato a esagerare, a spingersi fuori dagli schemi. Oggi Cloakstudios è un ecosistema popolato da quadri di Batman e Joker, un drago di trenta metri sospeso al soffitto e mini figure anime ovunque. “Ora sono io che gli dico di darsi una calmata,” scherza Serena. “E ovviamente litighiamo ancora.”
L’ATTRITO CHE SCALDA
Se Samuele Ambrosi è la Chimica, il rigore millimetrico, l’imprenditore, Serena è la Variabile. “Nella nostra miscela non porto disordine, porto attrito. Ed è lì che le cose scaldano.
La perfezione tecnica, lasciata sola, rischia di diventare fredda, asettica. Serve qualcuno che la “sporchi” con l’istinto, che rompa la regola per darle un’anima. Se la tecnica costruisce la struttura, l’errore consapevole le dà vita. Cloakstudios è nato così: da uno scontro continuo che ha generato un luogo dove le persone restano a bocca aperta e hanno voglia di tornare. Non è caos: è presenza.
UNA RIVOLUZIONE GENTILE
Alla fine della fiera, quando le luci si spengono e i bicchieri sono vuoti, cosa resta? Non il fatturato, ma quello che Serena chiama il “retrogusto”.
“Il mio sogno è una rivoluzione gentile. Dimostrare che si può fare bene senza diventare duri.” Lasciare a chi lavora con lei, e a suo figlio, non una ricetta o un disegno, ma una sensazione pulita. Quella di aver attraversato le cose con intensità, senza consumare le persone. Perché l’atmosfera, quella vera, non si costruisce solo con l’arredamento. Si costruisce con il rispetto, con il coraggio di scontrarsi e con la capacità di creare insieme qualcosa che, da soli, non avrebbero mai nemmeno immaginato.



